Sono figlio della borghesia post-rurale. Come tale sono stato disciplinato alla modernità acritica, al mito del progresso tecnologico, del lavoro intellettuale e dei valori cittadini. Eppure la mia essenza incontrava altro. I miei occhi vedevano piccoli uomini che nell’immensità delle montagne ritagliavano fazzoletti di vita verde nel marrone della terra. Le mie orecchie ascoltavano i campanacci delle mandrie accordati dal vento. Il mio olfatto si lasciava conquistare dall’odore del fieno tagliato. le mie dita si colorivano della frutta rubata agli alberi.
Gli anziani erano i custodi di queste sensazioni, solo nei campi riuscivano a rivelare i segreti della natura che da millenni tentavano di dominare finendo col diventarne gli amanti. La passione si tramutava in amore e il dare e il ricevere era la comunicazione più ovvia tra loro e la terra.
Poi ho iniziato a studiare, ad apprendere idee importanti e fare ragionamenti complessi. Utili certo, ma non fondamentali al punto di stabilire quale fosse il mio ruolo nella realtà. I contadini, invece, sembravano sapere senza tentennamenti che il compito innato nella vita è creare nuova vita e ciò che più non vive serve a ciò: la vita e la morte sono concetti relativi all’esistenza ma non all’esistere.
Oggi posso dire di possedere una cultura, invece il contadino è posseduto dalla cultura. Forse è tutta qui la differenza tra la città e la campagna, tra i signori e i cafoni, tra la borghesia e il proletariato: tra chi HA e chi DA; tra chi VUOLE tra chi DESIDERA; tra la CREDENZA e la FEDE.
Un giorno ho smesso di credere, e ho iniziato ad avere fede. Ho imparato a cambiare abito e mi sono fatto contadino.
Vorrei solo questo come titolo, lo porto con l’orgoglio della gente passata, delle moltitudini dimenticate nella storia e per questo qualcuno che mi ha conosciuto, lo scriva sulla mia tomba: sono stato contadino.