L’inciampo di Giancarlo

Cascasse il Mondo, ogni mattina Giancarlo faceva la sua passeggiata. Puntualissimo, alle 15:30 passava davanti l’ingresso del Liceo “Caleffi”; inciampando, sempre, dove l’asfalto si alza leggermente, trasformandosi in attraversamento pedonale. Per gli insegnanti che tra la campanella delle 14:00 e il rientro pomeridiano delle 16:00 prendono un caffè e fumano una stizza davanti il bar dal lato opposto della strada, Giancarlo era diventato una leggenda. Lo vedevano inciampare ogni santo giorno nello stesso punto e nella stessa identica ora, interrompendo di colpo la dignità virile che, non avendo più nel corpo ormai vecchio, sperava di conservare nell’abbigliamento.

Elegantissimo, la routine pomeridiana di Giancarlo iniziava immediatamente dopo pranzo intorno alle 12:30. Consumato un pasto a base di verdure nel circolo ARCI del suo quartiere rientrava a casa e prendeva le sue 7 pillole “come i giorni della settimana”, si diceva tra sé e sé. Terminato il rito farmaceutico, cominciava quello meditativo e passava 45 minuti a leggere il quotidiano locale e quello nazionale. Il mercoledì anche 60 minuti: c’era l’inserto! Alle 14:00 un pisolino di 30 minuti, non uno di più, non un o di meno, mercoledì a parte. Una rinfrescata in volto e, finalmente, alle 14:45 si cambiava d’abito per la passeggiata pomeridiana.

Giancarlo non considerava il “giorno” inteso come entità univoca. Per lui esistevano il mattino, il pomeriggio e la sera. Nettamente distinti l’uno dall’altro e per ogni fase c’era bisogno di un vestiario adeguato. Non inseriva nel computo la notte anche perché quando era giovane c’era la guerra, con conseguente coprifuoco notturno e carico di paure.

Nessun dettaglio del vestiario era lasciato al caso. Si iniziava dai calzini. Se il paio scelto era tra la tonalità del grigio fumo ed il marrone, la selezione dei pantaloni avveniva di conseguenza: nero o grigio. Se, invece i calzini erano blu anche i pantaloni doveva esserlo. Quando doveva comprarne un nuovo paio, portava con sé un calzino, per non sbagliare l’accoppiamento. La camicia era rigorosamente celeste e la giacca si adeguava ai pantaloni. Arrivava, poi, il momento della cravatta che era anche il vezzo di colore per Giancarlo. Era molto contento quando si affacciava la primavera perché si sentiva libero di sfoggiare il vestito pomeridiano senza imbrigliarlo nel cappotto invernale. Unica nota sempre uguale era il cappello: grigio a falda stretta.

Ciò a cui prestava più attenzioni erano, però, le scarpe. Rigorosamente di cuoio nero, Giancarlo vi dedicava cure maniacali. Chiunque poteva notare come quelle scarpe eleganti, ma non nuove, fossero lucidate e cromate alla perfezione. Infatti la cromatina nera veniva applicata quotidianamente esattamente nell’arco tempo compreso tra le 15:00 e le 15:10, 5 minuti per singola scarpa. A questo punto, La leggenda di Giancarlo era pronta per ripetersi agli occhi dei professori tabagisti del Liceo “Caleffi”.

Attraversati i giardini sotto casa, Giancarlo fermava lo sguardo sul monumento ai partigiani caduti della sua città. Per vedere meglio, allungava l’ombra del cappello mettendo la mano sulla fronte che sembrava quasi facesse un saluto militare. Dopo il suo omaggio, imboccava viale Cavour all’altezza del negozio di biciclette per salutare suo nipote Maurizio, figlio della povera sorella morta troppo giovane. Percorreva il resto del viale sotto l’ombra dei pioppi che circoscrivono il marciapiede e si dirigeva in via Trento. Proprio qui, al civico 12, si trova l’ingresso del “Caleffi” dove, ovviamente, è presente un attraversamento pedonale ben largo ed alquanto rialzato dal livello stradale. È qui che Giancarlo, alle 15:30, gira leggermente per abbandonare il marciapiede troppo stretto in curva e…….TAAACCC! Ecco il lieve inciampo che finiva per scalfire la perfetta cromatura della sua scarpa destra.

Per i docenti che osservavano la scena ogni giorno, l’inciampo di Giancarlo era diventato, ormai, parte del paesaggio urbano. Troppo educati per riderne apertamente, erano tuttavia altrettanto privi di sensibilità da chiedersi come mai quel vecchietto inciampasse sempre lì, ripetendo il suo sgomento e sorpreso :” Oh, accidenti, ora ho rovinato il lucido alle scarpe!”. Nessuno, soprattutto, notava che Giancarlo si fermava all’improvviso all’altezza di Vicolo San Leonardo e tornava indietro, ripercorrendo la stessa identica strada e non inciampando mai, ma davvero mai, sullo stesso attraversamento pedonale che ripercorreva in direzione contraria.

Un giorno di metà Maggio, un anziano professore in pensione da 8 anni, tornò al “Caleffi” per ricevere l’omaggio di vedersi intestata un’aula del Liceo dove aveva insegnato per oltre trent’anni. Dopo il Buffet, alle 15:20 andò a bere il caffè con i colleghi di una vita e con le nuove leve della scuola. Usciti a fumare una sigaretta, euforici e più disinibiti del solito a causa dei brindisi per il collega veterano, si misero ad osservare l’inciampo di Giancarlo, ma questa volta scoppiarono in una risata troppo fragorosa per la circostanza.

  • Perché ridete tanto? – chiese il prof. Pensionato
  • Ma no, niente – rispose un giovane insegnate – è quel signore lì che ogni giorno, a quest’ora, passa davanti la scuola e inciampa sulle strisce pedonali rialzate….ma lo faceva anche quando era in servizio lei?
  • Certo. Ovvio. E a voi non è venuto in mente di domandarvi il perché, eh? Magari non avete neanche visto che Giancarlo si ferma dopo dieci metri, si mette la mano sul collo e torna indietro? Non sapete nulla di lui, vero? Coglioni! –

Sorpresi dal rimprovero, i prof. Si misero in semicerchio per ascoltare la storia di Giancarlo dalla bocca narrativa del Liceo, incarnata dal corpo senile del collega pensionato. Il prof. Guidini, capendo che stava per disvelare una storia importante, una di quelle che la memoria di una comunità deve tramandare; fece un profondo ed ultimo tiro alla sigaretta, la spense sotto la scarpa e iniziò a parlare:

  • Quell’omino lì, piccolo e vecchio è stato un partigiano, suo malgrado. Da ragazzo non si era mai interessato di politica e non veniva da una famiglia di compagni come la mia. Il fratello maggiore, invece, era un fascista. Si chiamava Aldo. Nel ’44 era andato a Milano e si era messo con la brigata Ettore Muti. La famiglia non riceveva più notizie da lui ma sapevano che si era messo con dei delinquenti. Giancarlo stravedeva per il fratello, e non voleva credere che potesse fare le porcate che vedeva commettere dai nazisti qui, quando incarceravano qualcuno o quando deportavano gli Ebrei di città nei campi di concentramento. Proprio perché non sopportava di vedere tanti amici e vicini sparire nel nulla, decise di mettersi con i partigiani anche se aveva appena sedici anni. In realtà, su in montagna non ci andò mai, faceva la staffetta e altre cosucce, ma non aveva mai sparato un colpo. Quando gli alleati passarono il Po e stavano arrivando in città, un gruppo di Repubblichini arrivò da Milano ad aiutare i nazisti che stavano sul forte napoleonico. Il Comitato di Liberazione mobilitò tutti i partigiani che c’erano, mettendogli un mitra in mano per bloccare i fasci ed impedirgli di raggiungere i tedeschi che combattevano contro gli americani fuori, in campagna, vicino al fosso grande. Giancarlo ed un’altra dozzina di ragazzi dovevano fermare i fascisti nel rione, impedendogli di arrivare in Viale Cavour dove potevano unirsi ad altri che arrivavano da Verona, cercando di bloccarli in via Trento. Quando i Repubblichini sbucarono da Vicolo San Leonardo, iniziò il parapiglia. Come vedete, il vicolo entra nella strada facendo una curva ed è così stretto che non passano più di tre uomini per volta. Anche se i fascisti erano più numerosi dei compagni, questi erano ben appostati con i mitra e nessuno poteva entrare in via Trento. Quelli della Muti, però, erano muniti di bombe a mano, e anche se non avrebbero potuto raggiungere i partigiani, le usarono per creare confusione e attaccare la brigata. Fecero esplodere 5 bombe pochi secondi l’una dall’altra. Chi poteva vedere la scena, magari dalle finestre dei piani più alti racconta che non si vedeva più nulla ma per almeno due minuti si sentivano scariche di mitra che andavano in entrambe le direzioni. Quando la polvere iniziò ad andar via, per strada c’erano una dozzina di corpi sanguinanti, più o meno di pari numero da entrambi i lati. I neri, però non erano riusciti a passare, e rimanevano ancora dei partigiani armati che si erano riparati dietro gli alberi. Tornando indietro erano certi che avrebbero trovato altre brigate, e allora provarono lo stesso ad entrare nella via, magari pensando che i rossi avessero finito le munizioni, ma i primi tre che si avventurarono furono falcidiati. Decisero allora di salvare la pelle , sventolarono un fazzoletto bianco e buttarono le armi in strada. C’era ancora polvere nell’aria e negli occhi dei combattenti ma i compagni videro una dozzina di repubblichini con le mani in alto che si stavano arrendendo. Nessuno si fidava pienamente dei fascisti e per un minuti lunghissimo non si mosse una foglia: i fascisti con le mani in alto e e partigiani con i mitra puntati. Potevano ucciderli lì, e chiudere la faccenda, ma non avevano ricevuta altro ordine che impedire ai milanesi di arrivare in viale Cavour e ci erano riusciti. Perché spargere altro sangue? Al limite ci avrebbero pensato al comando centrale. Iniziarono così ad avanzare, piano piano, in direzione dei fascisti. Non si sa bene perché ma ad un certo punto iniziarono a correre, come se volessero arrivare ad un traguardo e pare che Giancarlo andasse più veloce di tutti. Tenendo il mitra puntato contro i fascisti, non badava troppo alle condizioni della strada che, avendo subito il lancio delle bombe a mano, era ormai pieno di buche e detriti. A causa di una di queste buche, Giancarlo inciampò, a pochi metri di distanza dai fasci che si erano inginocchiati con le mani dietro la nuca. Cadendo, la mano di Giancarlo fece inavvertitamente partire una scarica di colpi. Quando si rialzò vide che i neri si erano messi faccia a terra per schivare i proiettili. Tutti tranne uno, che era riverso nel senso opposto e sembrava avere le convulsioni. Percorsi i pochi metri che li separavano i due gruppi, i partigiani immobilizzarono quelli della Muti ma Giancarlo, capendo subito cosa avesse causato il suo inciampo, andò dal fascista ferito. Si teneva la mano sulla gola, da cui zampillava il sangue della giugulare martoriata. Gli occhi erano sbarrati e rivolti verso il cielo. Erano gli occhi di Aldo, suo fratello! Uno ci si aspetta che vedendo il fratello morire, Giancarlo cercasse di aiutarlo o almeno di fare qualcosa di pietoso. Invece lui iniziò ad indietreggiare, lentamente, senza girarsi e pare che inciampò diverse volte, ma mai partì un colpo dal suo mitra. Provate a pensare cosa si porta dentro quell’uomo. Ogni volta che veniva celebrato come un eroe della resistenza, lui doveva rficordarsi di aver ucciso suo fratello, il fratello che da bambino venerava. Andate a vedere nel museo cittadino, c’è la pagina del giornale che riporta gli eventi ma che, naturalmente, non vi dirà nulla della tragedia di quell’uomo che vi fa tanto ridere perché ogni giorno continua a inciampare nel punto in cui per la libertà ha versato il sangue del fratello.

I professori rimasero a bocca aperta. Certo, non potevano immaginare quale storia celasse un semplice inciampo. Eppure si vergognarono di non aver mai neanche salutato quel vecchietto dall’aria simpatica ma apparentemente stralunato che vedevano ogni giorno. Così iniziarono a parlargli, ad interessarsi a Giancarlo, il partigiano. Lui era contento delle attenzioni dei giovani insegnanti che, in quanto professori, rivestivano per lui un alone di sacralità sociale. Per quasi due anni la routine pomeridiana di Giancarlo ebbe una variazione di tre minuti. Il tempo sufficiente ad intavolare un cordiale scambio di opinioni sulle questioni più banali ma che, in fondo, diventano uno dei pochi connettivi tra generazioni perché sono immutabili nel tempo.

Un giorno, però non lo videro più arrivare alle 15:30 ed inciampare davanti il “Caleffi”. Così anche il giorno dopo ed anche quello ancora successivo. Essendo molto vecchio, i prof. Iniziarono a preoccuparsi e andarono a chiedere informazioni al circolo ARCI.

  • Il Giancarlo è ricoverato – riferì il giovane barista del circolo in perfetto accento locale nonostante fosse nato in Brasile.
  • Lo ha trovato il nipote a casa, si era preoccupato perché quel giorno non era passato a salutarlo. Pare abbia avuto un infarto mentre si stava preparando ad uscire. Fortunatamente era ancora vivo, ma pare sia molto grave. Ma lo conoscevate? Non sapevo che il vecchio Gianca conosceva i professori del “Caleffi”!
  • Beh, più o meno, ma era importante, per noi. È stato un partigiano!
  • Si, me lo avevano detto, ma lui non ne ha mai parlato. Comunque potete chiedere al nipote, Maurizio, che ha il negozio di bici proprio qui vicino, in viale Cavour.-

L’indomani, tra il turno mattutino e il rientro pomeridiano, due insegnanti andarono al negozio di biciclette per chiedere notizie di Giancarlo. Non ce ne fu bisogno. La serranda del negozio era abbassata e in mezzo capeggiava un cartello bianco con una scritta inequivocabile: CHIUSO PER LUTTO.

L’anno scolastico volgeva al termine e giunse anche l’ultimo Collegio Docenti. Con la delibera numero 3, il C.D. Del Caleffi decretava che nel giorno di riapertura del prossimo Anno Scolastico, sarebbe stata posata sulle strisce pedonali di fronte l’ingresso della scuola in via Trento, una pietra d’inciampo intitolata al partigiano Giancarlo, che ha lottato per la Libertà nonostante gli inciampi della Storia.

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2 risposte

  1. È una breve racconto emozionante e toccante, che riesce a mostrare in poche righe la profondità del personaggio di Giancarlo.

    È stato bello leggere come la sua routine quotidiana si è mescolata con il peso di un passato tragico e significativo. Mi ha lasciato emozioni genuine, ricordandomi come anche i piccoli gesti di ogni giorno possano racchiudere memorie importanti e personali. Il gesto finale della pietra d’inciampo è stato il mio preferito poiché mi ha dato modo di avvertire appieno il suo passato e il suo dolore.

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  2. Racconto breve e coinciso. Di una narrativa storica coinvolgente ed emozionante!

    Ogni persona che incontriamo potrebbe avere la sua pietra di inciampo, per cui è importante guardare SEMPRE oltre il proprio giudizio e pregiudizio.

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